È vero che il 5G fa male? Possiamo garantire che queste onde non siano pericolose? Nel 2018 risultati dell’NTP americano e del Ramazzini italiano hanno mostrato allarmanti conclusioni. È vero?

Nessuno può garantire che una cosa NON sia pericolosa, dipende dal suo utilizzo. Non si può quindi garantire che le onde elettromagnetiche RF non possano diventare pericolose in alcune circostanze.

Tuttavia, abbiamo strumenti che sono sensibilissimi alla loro presenza e il costante controllo e monitoraggio consente di assicurare che non si raggiungano situazioni di criticità.

Per quanto riguarda invece le esposizioni prolungate a bassi livelli di campo elettromagnetico, sono stati effettuati, nei decenni passati, più di 30000 studi in materia di effetti dei campi elettromagnetici sull’uomo. Tali studi sono stati presi in considerazione dagli enti e organizzazioni competenti sugli effetti e la tutela della salute umana quali l’Organizzazione Mondiale delle Sanità (OMS) e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), giungendo alle considerazioni di seguito sintetizzate.

L’OMS tramite la sua agenzia per la ricerca sul cancro, IARC (International Agency for Research on Cancer), ha classificato l’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenze come “possibilmente cancerogena” (classe 2B). Tale classificazione esprime la presenza di limitate evidenze emerse in alcuni studi epidemiologici ma l’assenza di prove scientifiche sufficienti a stabilire un rapporto di causa effetto tra l’esposizione e il cancro. La classificazione IARC individua anche gli agenti sicuramente cancerogeni (classe 1) e quelli probabilmente cancerogeni (classe 2A). In particolare, l’inserimento nella classe 2B dei campi elettromagnetici a radiofrequenza è stato determinato da studi epidemiologici che hanno individuato la possibile correlazione tra l’esposizione a telefoni cellulari a patologie cerebrali, quali gliomi e neurinomi acustici.

Ulteriori elementi di valutazione sul tema degli effetti dovuti all’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenze possono essere trovati nel recente rapporto pubblicato dall’ISS “Radiazioni a radiofrequenze e tumori” (Rapporto Istisan 19/11), alla cui stesura Arpa Piemonte ha collaborato per la redazione dei capitoli introduttivi sulle informazioni di base e le caratteristiche dell’esposizione.

In relazione ad alcuni elementi del dibattito sulle novità introdotte dalla tecnologia 5G si possono fare le seguenti considerazioni:

  • gli impianti alle frequenze di 3.7 GHz, che vengono prevalentemente installati in questa prima fase di implementazione della tecnologia 5G, e gli impianti a frequenze di circa 700 MHz che verranno installati a partire dal 2022, emettono segnali che presentano frequenze analoghe a quelle già utilizzate da diversi anni nel settore delle telecomunicazioni. Tali impianti non rappresentano, quindi, una novità dal punto di vista della tipologia di segnale a cui siamo esposti. Diverso è il discorso degli impianti nella banda 27 GHz che sono frequenze a cui la popolazione non è stata esposta storicamente (pur essendo tali frequenze già state utilizzate, la tipologia di applicazioni non comportava esposizioni significative).
  • a sostegno dell’ipotesi di nocività delle esposizioni a segnali 5G vengono spesso citati due recenti studi, pubblicati nel 2018 dall’US National Toxicology Programme (NTP) e dall’Istituto Ramazzini di Bologna, riguardanti alcune evidenze di carcinogenesi in ratti da laboratorio esposti a radiofrequenze. Questi studi, in realtà, non sono stati condotti con segnali 5G ma con segnali a radiofrequenza tipici della tecnologia GSM (2G). L’intensità dei segnali utilizzati, inoltre, è di gran lunga superiore ai limiti previsti in Italia e, quindi, a quella che si può riscontrare in comuni condizioni ambientali. L’indagine dell’Istituto Ramazzini, che tra i due studi è quello che considera i livelli più bassi di esposizione, evidenzia la presenza di effetti a segnali di intensità pari a 50 V/m (con una esposizione continua per tutta la durata della gestazione e della vita dei roditori), mentre non vengono rilevati effetti a segnali di intensità più bassa. Si rileva che il valore di 50 V/m è molto più elevato di quello che è ammesso dalla normativa italiana (6 V/m in aree residenziali) e ancora maggiore di quello che si può comunemente riscontrare in un ambiente urbano densamente popolato (variabile tra 0.2 V/m e 2-3 V/m).

In definitiva, si può dire che al momento non ci sono indicazioni su una maggiore nocività delle emissioni da impianti 5G rispetto a quelle provenienti da impianti per telecomunicazione già da tempo installati sul territorio.

E’ necessario qui fare poi un’ultima ma importante precisazione: la presunta (gruppo 2B) pericolosità dei campi elettrici RF deriva non tanto dall’esposizione causata dalle antenne (tralicci), ma da quella dei dispositivi portatili (telefoni): si tratta infatti di due esposizioni molto differenti, che sono trattate epidemiologicamente con metodi differenti e che portano a risultati differenti. 

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Ultima modifica 16 Febbraio 2024